Giacomo Berrino era un presidente che pensava in grande.

Pensava che bastasse ingaggiare personaggi famosi per fare un grande Genoa.

Nell’estate del 1964 aveva perso Beniamino Jo Santos, morto in un incidente stradale mentre tornava dalla Spagna, furibondo perché gli avevano ceduto Meroni al Torino. Per cercare di recuperare il rapporto con i tifosi decise di ingaggiare un altro allenatore straniero: il brasiliano Paulo Lima Amaral, che dopo un biennio alla Juventus era tornato in patria per allenare il Corinthias ma aveva nostalgia per l’Italia.

Per Berrino il fatto che Amaral avesse guidato la Juventus doveva rappresentare una garanzia. Ma da Torino l’avevano rispedito in Brasile perché avevano scoperto qual’era stato il suo compito nella Nazionale. Non era l’allenatore ma il preparatore atletico. Un ginnasiarca, questa la sua qualifica.

Amante del mare, aveva scelto di abitare in Piazza Rossetti, alla Foce. Più complicata era stata la trattativa di Berrino con la moglie che aveva l’hobby della cucina e aveva preteso non so quanti servizi di piatti e bicchieri, tutti nuovi di zecca.

Amaral, tra l’altro, non sapeva nemmeno ingraziarsi i giocatori, che sicuramente non fecero nulla per dargli una mano, forse addirittura gli remarono contro. Perché i risultati di quel Genoa che l’anno prima- con Santos in panchina-. aveva fatto sognare i tifosi, furono semplicemente disastrosi.

E il 9 novembre il ginnasiarca Paulo Lima Amaral venne rispedito ( definitivamente) in Brasile.

Berrino lo sostituì con il genovese Roberto Lerici, che però non riuscì a risollevare la squadra.

E il Genoa, inaspettatamente, finì in serie B. La scelta di Amaral era costata cara.

 

Photo Credits: Pinterest – Amaral