Il Vescovo del Calcio

Quando, nel maggio del 1984 Gianni Brera venne a Genova a presentare il suo libro ” Il mio vescovo e le animalesse” ( e io volli che a presentarlo fosse l’indimenticabile scrittrice Anna Gualdi) raccontai su “Il Buongiorno” i vari Brera.

“E’ il Brera più famoso. Quello che a trent’anni già dirigeva la “Gazzetta dello sport” e io conservo la mia prima tessera, datata 1953, ero studente liceale, mi nominava corrispondente da Sampierdarena. Quello che ha poi inventato un giornalismo sportivo diverso per un giornale diverso “Il Giorno” fondato da Gaetano Baldacci sull’ esempio dei quotidiani inglesi e americani. E quello che nel 1967 ho ritrovato al “Guerin sportivo” quando è venuto a dirigerlo, ma vi scriveva dall’età di 16 anni, firmando Gibigianna, prima di andare in guerra a fare il paracadutista, e prima di laurearsi in scienze politiche, dopo aver giocato al calcio nei boys del Milan con un maestro come Adolfo Baloncieri”.

“Ho lavorato al suo fianco per sette anni. Ero io che mandavo in tipografia l'”Arcimatto” e quindi ero il primo a leggere- e a gustare- quelle pagine che sapevano di letteratura anche se apparivano su un giornale sportivo. Ma quello era un Guerino di letterati, l’equivalente, nello sport, del “Mondo” di Mario Pannunzio e poi di Arrigo Benedetti. Tra le nostre “grandi firme” c’erano fior di scrittori, da Luciano Bianciardi , il cantore de “La vita agra”, a Oreste Del Buono che ha scritto due libri persino con Gianni Rivera”.

“C’era l’indimenticabile Marino, il Forattino degli Anni Cinquanta, c’era l’attuale direttore de “Il Lavoro” Cesare Lanza (che già stava preparando il suo “Nenè“, altro libro dal quale è stato tratto un libro, regista Salvatore Samperi) e c’era un altro genovese, Enzo Tortora: sulla scia di Plutarco scriveva per noi “Le vite parallele“, era un grosso personaggio dello sport, presentava la “Domenica sportiva”.

“Gianni Brera è il giornalista che ha riformato le cronache sportive. Ai tempi di Leone Boccali ci si limitava al computo dei corner e ai minuti del gol e si credeva ciecamente al WM “made in England”.

Brera fece capire anche ai tecnici di professione – Coverciano non esisteva ancora- l’importanza della tattica, insegnò ai qualunquisti della pedata che le partite si potevano vincere a tavolino, prima ancora che sul campo. Il Brera longobardo che si opponeva fieramente alla cosiddetta scuola napoletana, quella dei mandolini e della retorica.

Le polemiche con Antonio Ghirelli, da lui definito “Pulcinella allo stadio” e gli schiaffi in tribuna stampa con Gino Palumbo, appartengono ormai alla storia del calcio italiano.

“E’ il Brera degli abatini, il contestatore di Rivera, l’inventore di “Rombo di tuono” per Gigi Riva, il tecnico che invano suggerì al mago Herrera di trasformare il gigante Facchetti in bomber. E’ oracolo che abbiamo ascoltato alla “Domenica sportiva” e che ora ci godiamo a Telemontecarlo, sponsorizzato dalle sigarette. Non possiamo vederlo al “Processo del lunedì” perché si rifiuta di andare a gridare “Viva la Roma” come vorrebbe Aldo Biscardi”.

Questo è il Gianni Brera giornalista che ho conosciuto io.

Il racconto si concludeva così:

“E’ magari un Brera razzista. Sopporta a malapena noi liguri perchè, assicura, discendiamo dallo stesso ceppo celtico. Ma lasciò “Il Giornale“, nonostante le suppliche di Indro Montanelli che l’aveva ingaggiato con un contratto da sceicco, per non dover prendere ordini da un siculo, Alfio Caruso. Così ora è a “La Repubblica”, fa parte della “razza padrona” di Eugenio Scalfari.

Questo è il “Veronelli del calcio”, il Brera che tutti conoscono e che secondo alcuni è stato un genio sprecato nello sport e tolto alla letteratura. Ma pur guadagnandosi la pagnotta con le partite (una moglie professoressa, tre figli maschi e ora anche quattro nipotini da mantenere) Brera ha avuto modo di affermarsi anche nella narrativa dopo aver scritto tanti libri di sport. E’ il Brera che sorprese tutti nel 1968 con “Il corpo della ragassa” (Pasquale Festa Campanile ne ha fatto anche un film piacevolissimo con il talento di Enrico Maria Salerno e il corpo di Lilly Carati), che ha continuato nel 1977 con “Naso bugiardo” e che è tornato a Genova, la sua città d’adozione dove scoprì l’amore mercenario, a presentare la sua ultima fatica “Il mio vescovo e le animalesse”, tutti i peccati della provincia. Il Brera narratore è legato al suo habitat e torna sempre con l’immaginazione nei luoghi ove è nato e in cui ha passato la giovinezza, quella campagna pavese ricca di storie e di figure dalla doppia vita che si prestano ad essere romanzati felicemente da chi ha una penna come la sua.

Il Brera romanziere ha entusiasmato tutti i critici, a cominciare appunto dalla scrittrice genovese Anna Gualdi, che ora è diventata una sua tifosa ( anche perché è genoana…). Ma il Brera più popolare resterà sicuramente quello che ho conosciuto in tribuna stampa e soprattutto al ristorante. E vi posso assicurare che sia a tavola che in redazione mi ha insegnato qualcosa”

-ma chissà se l’ho messo a frutto…